Il digitale non è immateriale. È invisibile.
La differenza sembra sottile, ed è invece tutta qui. Immateriale è una proprietà delle cose: dice che cosa sono. Invisibile è una condizione del nostro sguardo: dice che cosa riusciamo a vedere. Una fotografia nel cloud, una ricerca, un video lasciato scorrere abitano edifici che consumano elettricità e acqua, alimentati da centrali che nessuno di noi vede. Nulla di tutto questo è immateriale. È soltanto lontano, e soprattutto muto.
Hans Jonas aveva colto, quasi mezzo secolo fa, che l’etica che abbiamo ereditato era nata per un mondo a misura di mano. Presupponeva che le conseguenze di un’azione restassero vicine a chi la compiva: chi feriva vedeva la ferita, chi aiutava vedeva l’aiuto. La tecnica moderna aveva spezzato quella prossimità, allungando gli effetti dei nostri atti su distanze e generazioni che nessuno sguardo può abbracciare. Il digitale aggiunge un passo che Jonas non poteva prevedere: le conseguenze dei nostri gesti non sono soltanto lontane, sono rese impercettibili per progetto. Il video che parte da solo, lo spazio di archiviazione che sembra infinito, la risposta che arriva prima di aver finito la domanda: l’assenza di attrito è il pregio con cui questi servizi ci conquistano, e ciò che toglie attrito al gesto ne toglie anche il ritorno. È un gesto senza eco: un’azione la cui conseguenza esiste, si accumula, si somma a quella di miliardi di altre, ma non torna mai indietro a chi la compie. L’eco serve a questo: a farci sapere che la nostra voce ha incontrato qualcosa. E intanto ciò che non torna cresce. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel 2024 i data center hanno consumato circa l’1,5 per cento dell’elettricità mondiale, e potrebbero più che raddoppiare entro il 2030. Sono proiezioni, e vanno prese come tali. Ma la direzione non è in discussione: non stiamo consumando poco, stiamo consumando senza saperlo.
Si dirà, con ragione, che il singolo clic non conta. Fu una compagnia petrolifera, BP, a diffondere nel 2004 uno dei primi calcolatori dell’impronta di carbonio personale, rendendo familiare un’idea comoda: il clima dipende dalle scelte del singolo consumatore. Le decisioni che contano — dove si costruiscono i data center, con quale energia, con quali obblighi di trasparenza — si prendono altrove, e nessuna somma di sensi di colpa sostituisce una politica. L’obiezione va accolta fino in fondo. Ma proprio per questo il punto non è il grammo di anidride carbonica. È lo sguardo. Una società che non percepisce le conseguenze dei propri gesti non chiederà mai che le infrastrutture cambino, perché non saprà che cosa chiedere.
È qui che il pensiero di Luciano Floridi offre, credo, il cardine. Floridi ha proposto di pensare il nostro tempo come un’alleanza tra il verde dell’ambiente e il blu del digitale, possibile soltanto se il digitale viene governato e non subito. Quell’alleanza contiene, mi pare, un paradosso che merita di essere preso sul serio: il blu che nasconde le conseguenze dei nostri gesti è anche lo strumento più potente che abbiamo mai avuto per mostrarle. Sensori, misure, dati possono rendere visibile ciò che i nostri sensi non avrebbero mai potuto cogliere. Ma una tecnologia mostra soltanto ciò che qualcuno ha deciso di farle mostrare, e un’interfaccia progettata per togliere attrito non sceglierà da sola di restituircelo. Non si governa ciò che non si vede, e il vedere non è una funzione: è una scelta. La domanda vera, allora, non è quanto consumi un clic. È chi ci restituirà l’eco.
C’è una pagina del Principio responsabilità in cui Jonas cerca il caso in cui il dovere non ha bisogno di essere dimostrato, perché si impone da sé. Lo trova nel neonato, «il cui solo respiro rivolge inconfutabilmente un “devi” all’ambiente circostante affinché si prenda cura di lui». Prima di ogni argomento, per Jonas, la responsabilità ha la forma di un bambino da custodire: è lui a chiamare, e noi i destinatari del suo appello.
Da due anni, nelle scuole, un progetto pedagogico-formativo, «Più conosco, meno consumo», sostenuto da Plenitude, lavora con bambini e ragazzi su ciò che non si vede: il consumo dietro i gesti di ogni giorno. Nell’ultimo anno scolastico vi hanno preso parte oltre duemiladuecento alunni, e l’84 per cento ha riferito di aver cambiato almeno un comportamento: un dato dichiarato, non misurato, da prendere con la cautela che si deve a ogni autovalutazione. Ma tra i cambiamenti riferiti ce n’è uno che nessun questionario era stato pensato per cercare: il confronto con la famiglia. Bambini che tornano a casa e chiedono perché il televisore resta acceso quando nessuno lo guarda, perché il video successivo parte da solo. In quelle cucine accade qualcosa che la pagina di Jonas non contemplava. Il bambino non è più soltanto colui di cui ci si prende cura. È colui che restituisce all’adulto l’eco dei suoi gesti. Il «devi» che Jonas faceva nascere da un respiro, oggi lo pronuncia una domanda.
Una ricerca ha già mostrato che i ragazzi coinvolti in un percorso sul clima possono far crescere la preoccupazione dei propri genitori, soprattutto di quelli che partivano più lontani (Lawson et al., 2019). Nessuno studio ha però ancora misurato lo stesso effetto sui consumi digitali: per questo avanzo un’ipotesi, e va dichiarata come tale. Nell’età dell’invisibile la cura ha cambiato direzione. Non scende più soltanto da chi sa a chi impara; risale da chi ha imparato a vedere verso chi ha smesso di farlo. La chiamerei cura risalente. Non significa caricare sui bambini un peso che spetta agli adulti, che sarebbe la scorciatoia di BP spostata su chi è ancora più piccolo: il bambino che domanda non deve rimediare a nulla. Ci restituisce lo sguardo, e lascia a noi, interamente, il compito di rispondere. È la forma più antica della responsabilità, quella che Jonas metteva all’origine di tutto, che torna a noi per una strada inattesa.
Finora questa rubrica ha seguito il filo di ciò che nessun sistema può darci: la riva da cui guardare, il testimone che dice «credimi», l’incontro che vede chi siamo. Oggi quel filo trova un volto che non ci aspettavamo, il più piccolo di tutti. Jonas trovava l’origine della responsabilità in un bambino che respira. Forse noi la ritroviamo in un bambino che domanda. Nessuna interfaccia ci restituirà l’eco dei nostri gesti; può farlo un bambino, se qualcuno gli ha insegnato a guardare. Domenica prossima Relazioni Aumentate proverà a restare in ascolto proprio di loro: delle domande con cui i più giovani interrogano il mondo che stiamo per consegnare loro.
Riferimenti essenziali
Floridi, L. (2020). Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica. Raffaello Cortina.
International Energy Agency. (2025). Energy and AI. IEA.
Jonas, H. (1979). Das Prinzip Verantwortung. Insel. [Trad. it. Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica. Einaudi.]
Kaufman, M. (2020). The carbon footprint sham. Mashable.
Lawson, D. F., Stevenson, K. T., Peterson, M. N., Carrier, S. J., Strnad, R. L., & Seekamp, E. (2019). Children can foster climate change concern among their parents. Nature Climate Change, 9(6), 458–462.



