«Anche tu sei contro di me».

Un figlio può pronunciare questa frase quando il genitore gli chiede di rispondere di un comportamento, non accetta la sua versione dei fatti o gli pone una conseguenza. In quel momento non sente soltanto di essere contraddetto ma attaccato. Il dissenso dell’adulto gli appare come un venir meno della fiducia, quasi una dichiarazione di appartenenza al campo avversario. È una frase capace di mettere in difficoltà anche il genitore più consapevole. Lo obbliga apparentemente a scegliere: stare con il figlio oppure con chi lo accusa; proteggerlo oppure abbandonarlo; credere alle sue parole oppure tradirne la fiducia. Dentro questa alternativa non sembra esserci spazio per una posizione intermedia. Eppure è proprio quella posizione a definire la responsabilità educativa: essere dalla parte di un figlio senza essere necessariamente dalla parte di ciò che ha fatto.

Le occupazioni scolastiche di questi giorni rendono evidente questa difficoltà. Il dissenso degli studenti deve poter trovare ascolto. Contestare le decisioni delle istituzioni, organizzare assemblee e prendere parola su ciò che riguarda la scuola appartiene alla formazione democratica. Ma la protesta non rende accettabile qualsiasi comportamento. Impedire agli altri di frequentare, danneggiare un’aula o distruggere un bene comune non costituisce una forma più radicale di partecipazione. Occorre distinguere senza generalizzare. Non tutti gli studenti che partecipano a un’occupazione compiono le stesse azioni e nessuna responsabilità può essere attribuita indistintamente. C’è chi promuove incontri e discussioni, chi aderisce alla protesta senza provocare danni, chi rimane ai margini e chi approfitta della situazione per oltrepassare il confine. Proprio per questo è necessario accertare i fatti e chiedere a ciascuno di rispondere delle proprie scelte. Finché si parla genericamente degli studenti, molti adulti invocano fermezza, regole e conseguenze. Quando però uno di quegli studenti è il proprio figlio, il giudizio può cambiare. Compaiono le attenuanti: era presente, ma non ha partecipato; ha seguito il gruppo; non aveva compreso ciò che stava accadendo; la scuola sta esagerando. Sono possibilità che devono essere verificate. Difendere un ragazzo da un’accusa ingiusta è un dovere. Ma proteggerlo non può significare sottrarlo preventivamente a ogni responsabilità. Altrimenti la richiesta di regole vale soltanto finché riguarda i figli degli altri. Il genitore può vivere il richiamo della scuola come un giudizio rivolto anche a sé. Se il figlio ha sbagliato, teme che venga messo in discussione il modo in cui lo ha educato. La sua difesa diventa allora personale: non cerca più soltanto di comprendere ciò che è accaduto, ma di dimostrare che la propria famiglia non merita quell’accusa. Anche la scuola può irrigidire il confronto quando comunica decisioni già definite, usa un linguaggio esclusivamente burocratico o convoca la famiglia soltanto per notificare una sanzione. In questo modo genitori e insegnanti finiscono per assumere i ruoli dell’accusa e della difesa. Il ragazzo, posto al centro di due schieramenti, può evitare di interrogarsi sul proprio comportamento e limitarsi a scegliere l’adulto che gli offre la versione più rassicurante. Scuola e famiglia non dovrebbero incontrarsi per stabilire chi abbia fallito. Dovrebbero ricostruire insieme i fatti, distinguere le responsabilità e individuare una conseguenza capace di produrre consapevolezza. Non occorre che condividano ogni valutazione, ma che evitino di delegittimarsi reciprocamente davanti a chi cresce.

Durante l’adolescenza il bisogno di riconoscimento è particolarmente intenso. Il gruppo dei pari offre appartenenza, visibilità e conferma di sé. Prendere le distanze da un comportamento condiviso può significare esporsi al giudizio degli altri o rischiare l’esclusione. Per questo l’appartenenza non deve essere demonizzata, ma educata: stare in un gruppo senza consegnargli interamente il proprio giudizio è una delle conquiste più difficili della crescita. In questo percorso il ragazzo non ha bisogno di un adulto che gli dia sempre ragione. Ha bisogno di qualcuno che non lo riduca all’errore commesso, ma nemmeno lo sollevi continuamente dalle conseguenze. Comprendere le ragioni di un gesto non significa giustificarlo; riconoscere una fragilità non comporta negare il danno prodotto. Prendersi cura non coincide con rimuovere ogni ostacolo. Significa accompagnare un giovane anche nel momento in cui deve chiedere scusa, restituire ciò che ha sottratto o contribuire a riparare ciò che ha danneggiato. Una conseguenza diventa educativa quando è proporzionata, comprensibile e collegata all’azione compiuta. Non deve umiliare, ma permettere di rientrare nella comunità attraverso un’assunzione concreta di responsabilità.

Dire «questo comportamento non è accettabile» è diverso dal dire «tu sei sbagliato». Nel primo caso rimane aperta la possibilità di riconoscere l’errore e cambiare; nel secondo un gesto viene trasformato in un’identità. La fermezza dovrebbe sempre riguardare ciò che è stato fatto, non il valore della persona che lo ha fatto. La fragilità dell’adulto emerge quando non riesce più a sostenere questa distinzione. Teme che contraddire significhi perdere la confidenza del figlio, che una conseguenza possa interrompere il dialogo, che un no venga interpretato come mancanza d’amore. Per conservare il rapporto, finisce così per ritirarsi proprio nel momento in cui dovrebbe renderlo più solido. Un adolescente ha invece bisogno di scoprire che può essere arrabbiato con un adulto senza perderlo. Può dissentire, chiudersi per qualche tempo e tornare a parlare. Il conflitto non coincide necessariamente con l’abbandono e una relazione autentica non dipende dall’approvazione continua. Alla frase «anche tu sei contro di me» un genitore dovrebbe poter rispondere: «Non sono contro di te. Sono qui proprio perché non voglio lasciarti solo davanti a ciò che hai fatto».

Essere dalla parte di un figlio non significa costruire per lui una realtà senza conseguenze. Significa aiutarlo ad attraversarle senza permettere che l’errore diventi il suo destino. È una forma di fedeltà più esigente della difesa e più profonda del consenso: continuare a credere in ciò che può diventare, anche quando non possiamo dargli ragione.