Non abbiamo più paura di non essere capiti. Abbiamo paura di non essere letti.

Le due frasi sembrano dire la stessa cosa. Non è così. Per secoli l’inquietudine di chi si presentava agli altri è stata quella di essere frainteso: di dire una cosa e vederne capita un’altra, di non trovare le parole giuste per qualcuno disposto ad ascoltarle. Oggi l’inquietudine è un’altra, e la conosce chiunque abbia inviato un curriculum, pubblicato un contenuto, compilato un profilo: non comparire. Non essere trovati, non essere selezionati, non essere mostrati. Il fraintendimento presupponeva qualcuno che ci leggesse male. La nuova paura non presuppone nessuno.

Hannah Arendt ha lasciato in Vita activa una distinzione che, credo, permette di capire che cosa sia in gioco. C’è ciò che una persona è: le sue qualità, i suoi talenti, i suoi difetti, tutto ciò che può essere descritto, elencato, confrontato con quello di altri. E c’è chi una persona è: l’identità unica che si rivela soltanto agendo e parlando davanti agli altri, e che nessun elenco di qualità riesce a contenere. Quel chi, scrive Arendt, è implicito in tutto ciò che una persona dice e fa, e si può nascondere soltanto nel silenzio completo e nella perfetta passività. E aggiunge un’osservazione che merita di essere presa alla lettera: il chi, che appare con tanta chiarezza agli altri, resta nascosto alla persona stessa, come il daimon della religione greca, che accompagna ciascuno affacciandosi da dietro la sua spalla, ed è visibile soltanto a chi gli sta di fronte. Nessuno può vedere da solo chi è. Ha bisogno di qualcuno che lo incontri.

Una macchina, per quanto raffinata, legge il che cosa. Non per un difetto destinato a essere corretto dalla prossima versione, ma per costruzione: un sistema confronta, ordina, classifica, e ciò che si può confrontare, ordinare e classificare è esattamente ciò che Arendt chiamava che cosa. Anche quando legge una storia, la legge come un dato: la confronta, la classifica, la ordina. Tra le tendenze che, secondo Luciano Floridi, segnano lo sviluppo dell’intelligenza artificiale c’è il progressivo adattamento dell’ambiente alle macchine, anziché delle macchine all’ambiente. Floridi stesso ha avvertito che le tecnologie possono costringerci ad adattarci a loro, perché è il modo migliore, o il più facile, o talvolta l’unico, per far funzionare le cose. Credo che quell’adattamento sia arrivato più in profondità di quanto immaginiamo: non riguarda soltanto ciò che facciamo, ma il modo in cui ci presentiamo agli altri. È un lavoro che non ha ancora un nome, e propongo di chiamarlo autoformattazione: lo sforzo silenzioso con cui traduciamo il nostro chi in un che cosa, perché è l’unica parte di noi che un sistema sa leggere. Parole chiave al posto di un percorso, metriche al posto di un giudizio, un profilo al posto di una presenza.

Il prezzo di questa traduzione non è astratto. Un’indagine della Harvard Business School e di Accenture ha rilevato che l’88 per cento dei datori di lavoro intervistati riconosce che i propri processi di selezione scartano candidati altamente qualificati perché non corrispondono esattamente ai criteri dell’annuncio. Può bastare un vuoto nel curriculum. Si pensi a che cosa può nascondere un vuoto di sei mesi: una malattia, un figlio, un genitore da assistere, un fallimento da cui ripartire. Per chi lo ha vissuto, quel vuoto è forse il periodo in cui più di ogni altro si è rivelato chi è. Per il sistema è un’assenza di dati. Il che cosa è stato letto. Il chi è stato scartato prima di poter comparire.

Si dirà che è sempre stato così. Anche il curriculum di carta, il concorso, il registro di classe leggevano il che cosa; James C. Scott ha mostrato come gli Stati moderni abbiano reso leggibili i propri cittadini imponendo cognomi fissi, catasti, misure standard, e come ogni semplificazione abbia lasciato fuori un sapere che non entrava nelle tabelle. Il punto va riconosciuto senza riserve: le istituzioni hanno sempre avuto bisogno di leggere, e la leggibilità ha reso possibili diritti, accessi, servizi. Ma per lungo tempo la lettura è stata una porta. Si passava attraverso il che cosa per arrivare in un luogo, un colloquio, una classe, un ufficio, dove qualcuno avrebbe incontrato il chi. Oggi la lettura precede l’incontro e, sempre più spesso, lo sostituisce: il colloquio avviene soltanto se il formato è stato superato. La porta rischia di diventare tutta la casa.

E c’è un riflusso, che riguarda le relazioni più vicine. Un’abitudine esercitata ogni giorno con i sistemi non resta confinata ai sistemi. Cominciamo a presentarci anche agli altri come un che cosa: il profilo curato, il momento migliore, la versione già formattata di noi. E cominciamo a leggere gli altri allo stesso modo, a chiedere loro di essere chiari, coerenti, immediatamente decifrabili, come se l’esitazione di un amico fosse un errore di formato e il silenzio di un figlio un dato mancante. È un’ipotesi, e va dichiarata come tale: nessuna ricerca ha ancora misurato se l’abitudine a farsi leggere dai sistemi cambi il modo in cui leggiamo le persone. Ma non serve attendere il dato per vedere dove porterebbe. Queste pagine hanno già difeso l’ambiguità come spazio di libertà di chi scrive. Arendt permette di dire qualcosa di più radicale. Pensava soprattutto allo spazio pubblico, dove si agisce tra pari; credo che la sua intuizione valga anche per le relazioni più vicine. Se il chi è visibile soltanto agli altri, una vita in cui gli altri ci leggono come ci leggerebbe una macchina non è soltanto una vita in cui nessuno ci incontra. È una vita in cui nessuno potrà più dirci chi siamo.

Forse è questo il compito delle relazioni nel tempo della leggibilità: custodire i luoghi in cui non bisogna essere letti per essere incontrati. L’insegnante che vede in uno studente qualcosa che nessun voto registra. L’amico che sa leggere un’esitazione. La persona che, davanti a una frase detta male, non la scarta, ma chiede che cosa intendevamo. Sono questi gli unici luoghi da cui il nostro daimon può essere visto. Nelle ultime settimane questa rubrica ha cercato una riva da cui guardare ciò che viviamo, poi un testimone che dica «credimi». Oggi incontra la terza cosa che nessun sistema può darci: qualcuno che veda chi siamo. Una macchina può leggere che cosa siamo, sempre più a fondo e sempre più in fretta. Solo un altro può incontrare chi siamo. È questa differenza che Relazioni Aumentate continua a interrogare. Domenica prossima guarderà ciò che, al contrario, non si lascia leggere affatto: il consumo invisibile che ogni gesto digitale porta con sé, e la cura che chiede proprio perché non si vede.

Riferimenti essenziali

Arendt, H. (1958). The Human Condition. University of Chicago Press. [Trad. it. Vita activa. La condizione umana. Bompiani.]

Floridi, L. (2019). What the near future of artificial intelligence could be. Philosophy & Technology, 32(1), 1–15.

Floridi, L. (2016). Should we be afraid of AI? True AI is both logically possible and utterly implausible. Aeon.

Fuller, J. B., Raman, M., Sage-Gavin, E., & Hines, K. (2021). Hidden Workers: Untapped Talent. Harvard Business School Project on Managing the Future of Work; Accenture.

Scott, J. C. (1998). Seeing Like a State: How Certain Schemes to Improve the Human Condition Have Failed. Yale University Press.