Una scuola occupata, con le lezioni interrotte. Una minicar nelle strade di Monteverde e le aggressioni attribuite a due adolescenti. Fatti diversi, da non confondere e da non usare per giudicare un’intera generazione. Ma entrambi riportano alla luce una domanda che chi conosce la scuola non può eludere: che cosa insegniamo ai ragazzi quando noi adulti rinunciamo a esercitare la nostra responsabilità educativa?
Nelle occupazioni scolastiche convivono realtà che occorre distinguere. Il dissenso degli studenti è parte della vita democratica e merita ascolto; la prevaricazione e il vandalismo non sono forme di partecipazione. Quando una minoranza impedisce agli altri di studiare o danneggia un bene comune, la scuola deve individuare le responsabilità, senza attribuire indistintamente le colpe a chi protesta. Nel caso di Monteverde, la violenza richiede innanzitutto tutela delle vittime e accertamento dei fatti. Non esiste una causa unica che colleghi questi episodi, e sarebbe scorretto ricavarne il ritratto dei giovani di oggi. Il collegamento riguarda piuttosto la risposta degli adulti, troppo spesso attendiamo che esploda un problema prima di domandarci quali condizioni educative abbiamo costruito.
È ciò che chiamerei pedagogia dell’assenza. Gli adulti educano anche quando rinunciano a educare. Una regola proclamata e poi sistematicamente disattesa, un confronto promesso e mai praticato, un dirigente lasciato solo a fronteggiare conflitti che coinvolgono l’intera comunità, ciascuna di queste rinunce trasmette un messaggio. Ai ragazzi diciamo che le regole sono importanti; nei fatti rischiamo di insegnare che rispettarle è facoltativo. Il silenzio non è neutralità educativa. E la tolleranza, quando diventa indifferenza verso i diritti degli altri, non è una dimostrazione di fiducia.
La fermezza non è il contrario dell’ascolto, ne rende, invece, credibile il significato. Una scuola democratica deve saper affrontare anche le proteste più difficili, ma non può accettare che la libertà di alcuni cancelli quella degli altri. Le istituzioni politiche, amministrative e scolastiche, insieme alle rappresentanze studentesche e sociali, hanno il dovere di sostenere decisioni coerenti e rispettose della legge. Non si può invocare l’autorevolezza dei dirigenti e poi lasciarli soli. Né possiamo chiedere alla scuola di prevenire il disagio, educare alla convivenza e contrastare ogni forma di violenza senza darle mezzi, alleanze e continuità di intervento. La responsabilità non può essere delegata all’ultimo adulto rimasto davanti al cancello.
Ma limitarsi a richiamare le regole non basta. Se vogliamo che i giovani imparino a rispettare la comunità, dobbiamo offrire loro occasioni per sentirsi parte di essa. La responsabilità non si apprende soltanto ascoltando divieti, si costruisce prendendo decisioni, mantenendo impegni e avendo cura di ciò che è condiviso. Da qui discende una proposta che sosteniamo da anni: tenere aperte le scuole superiori anche dopo le lezioni e farne veri centri culturali e sociali dei quartieri.
Non si tratta di prolungare l’orario curricolare, ma di offrire spazi per lo studio, il teatro, la musica, lo sport, la ricerca, il volontariato e il confronto pubblico. Luoghi dove incontrare adulti affidabili e, soprattutto, dove gli studenti possano progettare e gestire attività con responsabilità definite. Una scuola che chiede rispetto per i propri spazi, ma non offre occasioni per prendersene cura, insegna soprattutto l’obbedienza. Una scuola che coinvolge i ragazzi nella vita comune può insegnare la responsabilità. È questa la differenza tra frequentare un edificio e riconoscervi una parte della propria vita.
Perché la proposta diventi concreta servono risorse, personale, sicurezza, accordi con gli enti locali e collaborazione con il terzo settore. Non può essere un’altra incombenza scaricata sui docenti o affidata all’iniziativa di pochi dirigenti. E non deve dipendere dal reddito delle famiglie o dal quartiere in cui si cresce. Aprire le scuole significa investire nella loro funzione pubblica e nel diritto dei ragazzi a incontrare opportunità formative anche fuori dall’aula. Non promette di cancellare la violenza, ma rende più frequenti le esperienze positive di appartenenza e responsabilità.
Questo è il punto sul quale gli adulti devono rispondere. Chi danneggia una scuola deve assumersi le conseguenze dei propri atti; chi aggredisce una persona deve rispondere davanti alla legge. Comprendere non vuol dire giustificare. Ma anche la comunità adulta deve interrogarsi sulle occasioni di crescita che non sa offrire. Non possiamo chiedere autonomia ai giovani e negare loro la possibilità di esercitarla. Non possiamo pretendere partecipazione mentre chiudiamo gli spazi nei quali potrebbe prendere forma. E non possiamo affidarci soltanto alla sanzione quando abbiamo rinunciato a costruire, giorno dopo giorno, la presenza educativa che dovrebbe precederla.
Le occupazioni finiranno, le lezioni riprenderanno e le cronache cambieranno argomento. Sarebbe un errore lasciare immutate le condizioni che oggi denunciamo. La vera alternativa alla pedagogia dell’assenza non è una pedagogia del controllo, ma una pedagogia della presenza: adulti capaci di ascoltare, intervenire e condividere responsabilità; istituzioni capaci di aprire opportunità, non soltanto di chiudere emergenze. La scuola non si occupa, si abita. E una scuola che i ragazzi imparano ad abitare è anche una scuola della quale possono imparare a prendersi cura.
Fonti: RaiNews/TGR Lazio, 7 e 14 ottobre 2026; la Repubblica Roma, 13 ottobre 2026.



