Da anni il dibattito pubblico, educativo e mediatico si è abituato a leggere la società attraverso una sequenza di etichette generazionali: Baby Boomers, Generazione X, Y, Z, Alpha, Beta, fino ai cosiddetti nativi digitali. Categorie utili per descrivere tendenze statistiche ma sempre più insufficienti per comprendere le persone.
Come sociologo dell’educazione, ho progressivamente maturato una convinzione: la frattura generazionale non è più il vero discrimine del nostro tempo. La vera linea di separazione oggi passa altrove, tra chi continua ad apprendere e chi smette, tra chi attraversa il cambiamento e chi lo subisce. Proprio qui che entra in gioco la categoria dei Perennials.
Il concetto stesso di generazione, a partire dalla lezione di Karl Mannheim, nasce per descrivere individui accomunati da eventi storici fondativi vissuti nello stesso arco biografico. Ma cosa accade quando gli eventi fondativi non sono più puntuali, bensì continui? La rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, la piattaformizzazione della vita quotidiana non segnano una fase, diventano ambiente. In questo contesto, parlare di nativi digitali, Generazione Z, Alpha o Beta (et similia) rischia di produrre un effetto paradossale, naturalizzare competenze che in realtà sono culturali, non biologiche. Come già osservava il sociologo Zygmunt Bauman, viviamo in una modernità liquida in cui le categorie solide si dissolvono rapidamente. Le generazioni, oggi, invecchiano prima ancora di stabilizzarsi e la categorizzazione in griglie scricchiola.
L’idea di nativo digitale, resa popolare da Marc Prensky, ha avuto un grande successo comunicativo, ma ha prodotto un grave equivoco pedagogico ovvero confondere l’uso con la competenza. Saper scorrere uno schermo non equivale a comprendere un algoritmo. Abitare una piattaforma non significa saperla interpretare criticamente. Questo mito ha finito per deresponsabilizzare gli adulti e sovraccaricare i giovani, creando una frattura simbolica tra chi sa e chi non può più capire. Una frattura che, nella pratica educativa, si rivela profondamente falsa.
Il termine Perennials non indica un’età anagrafica, ma un atteggiamento esistenziale. È per questo che lo preferisco. I Perennials sono coloro che non smettono di apprendere, non si rifugiano nella nostalgia, non delegano il senso alle macchine, attraversano le tecnologie senza esserne attraversati passivamente. Un Perennial può avere vent’anni o settanta. Ciò che lo definisce non è quando è nato, ma come abita il tempo. In questo senso, la categoria dialoga profondamente con il pensiero di Edgar Morin, quando invita a pensare l’umano come essere incompiuto, sempre in formazione, sempre esposto al nuovo.
Preferire i Perennials alle generazioni non significa negare le differenze storiche, ma rifiutare il determinismo anagrafico. Significa riaffermare che l’educazione non ha scadenza, la competenza è un processo, non uno stato, la cittadinanza digitale è una responsabilità condivisa. In un tempo in cui l’intelligenza artificiale ridefinisce lavoro, linguaggio e relazione, abbiamo bisogno di soggetti capaci di tenere insieme tecnica e senso, innovazione e responsabilità. Non giovani contro adulti. Non analogici contro digitali. Ma Perennials accanto ad altri Perennials, in un patto educativo intergenerazionale che diventa postura educativa e civile.
Le etichette generazionali rassicurano perché semplificano. I Perennials inquietano perché responsabilizzano. Eppure, se vogliamo davvero abitare il XXI secolo — non solo sopravvivere al suo rumore — dobbiamo spostare lo sguardo dall’età alla disponibilità al cambiamento, dalla data di nascita alla qualità dell’apprendimento. È per questo che, oggi, preferisco i Perennials, non come moda terminologica, ma come scelta culturale, educativa e profondamente umana. I Perennials non sono una nuova etichetta, sono una postura culturale che sfida il determinismo generazionale e rimette al centro educazione, responsabilità e cittadinanza.



