La frase che arriva quasi sempre alla stessa ora, quella in cui la cena è in tavola e qualcuno, in famiglia, ha ancora lo sguardo chino su uno schermo è: “stacca un po’”. Sicuramente è pronunciata con affetto, talvolta con stanchezza, quasi mai con cattiveria. Contiene una promessa implicita: che basti spegnere per tornare a tavola, alla conversazione, alla vita che si svolge fuori. Ma chi la riceve, se ha quindici anni, la ascolta con un’espressione che gli adulti interpretano come insofferenza e che forse è soltanto smarrimento. Non perché non capisca che cosa gli si chiede, perché non sa più dove si trovi quel fuori a cui dovrebbe tornare.
Luciano Floridi ha dato un nome a questa condizione: onlife, l’esperienza di una realtà iperconnessa nella quale non ha più senso chiedersi se si sia online o offline, di ambienti che cominciano a risponderci. Ma Floridi ha accompagnato quel concetto con un’immagine che contiene più di quanto sembri. In più occasioni, e poi in Pensare l’infosfera, ha descritto la nostra come una società delle mangrovie, piante che crescono dove il fiume incontra il mare, in un’acqua che non è dolce né salata, ma salmastra. Chiedere a una mangrovia se viva in acqua dolce o salata significa non aver capito dove si trova. Il suo ambiente è proprio la mescolanza.
L’immagine è di solito letta come una constatazione: online e offline si sono fusi, e non serve più rimpiangere la separazione. È una lettura corretta, eppure l’immagine custodisce un dettaglio che merita di essere preso sul serio. Nelle mangrovie non c’è terraferma. La marea copre e scopre le radici, ma non esiste un punto asciutto e stabile da cui osservare l’acqua in cui si vive, un luogo appartato da cui guardare la propria immersione e decidere che cosa farne. Ed è forse questo, più della fusione tra reale e virtuale, il tratto decisivo della condizione onlife: non abbiamo perso un mondo, abbiamo perso una riva.
Per secoli la riva ci è stata data dalla geografia stessa della vita. La lettera impiegava giorni ad arrivare, e in quei giorni si poteva ripensare a ciò che si era scritto. Il telefono restava in corridoio, e una conversazione aveva un inizio e una fine. La sera, gli amici smettevano di essere raggiungibili. Nessuno progettava queste pause, erano un effetto collaterale dei limiti tecnici, e proprio per questo nessuno si accorgeva di quanto servissero. Non erano sempre pause benefiche, la stessa distanza che lasciava il tempo di ripensare una lettera isolava chi viveva lontano e rendeva lento ciò che era urgente. Non si tratta di rimpiangerle. La distanza da ciò che vivevamo non era una scelta, ma una condizione. Oggi quella condizione è scomparsa, e con essa la distanza che regalava gratuitamente. Il compito non è tornare indietro, ma progettare deliberatamente ciò che prima accadeva per caso, una questione di design, nei termini dello stesso Floridi, prima ancora che di disciplina.
È qui che l’invito a staccare rivela il proprio equivoco. Presuppone che la riva esista ancora e che basti un gesto, spegnere, per raggiungerla. Ma una riva non è l’assenza dell’acqua. È un luogo con una forma propria, dal quale l’acqua diventa visibile. Chiedere a un adolescente di staccare, senza offrirgli quel luogo, significa chiedergli di uscire da una parte della propria vita per trovarsi in un vuoto, un tempo sottratto, non un tempo abitato. E un tempo sottratto, quasi sempre, si richiude in fretta.
La questione non è nuova, se la si guarda dalla prospettiva giusta. Hannah Arendt ha descritto il pensiero come un ritiro dal mondo delle apparenze, non una fuga, ma un arresto, il momento in cui ci si ferma e si torna a parlare con se stessi. Il dialogo silenzioso dell’io con se stesso, che Arendt legava alla coscienza morale, ha bisogno di uno spazio in cui il mondo smetta per un attimo di chiedere attenzione. Questa rubrica ha chiamato discernimento il processo attraverso cui la comprensione diventa orientamento dell’agire. Il discernimento ha bisogno di una riva. Senza un punto da cui guardare l’acqua, si può soltanto nuotare.
C’è un’obiezione che merita di essere presa sul serio. Se il problema è la mancanza di distanza, staccare è precisamente il modo di ricostruirla, una sera senza telefono, una settimana senza social, un weekend in montagna. È un’obiezione fondata, e va concessa: in alcuni studi la pausa migliora davvero il benessere. Ma la stessa letteratura impedisce di farne una regola. Una revisione sistematica di ventuno studi sul digital detox, dodici dei quali randomizzati, ha trovato risultati contraddittori: alcuni interventi migliorano il benessere, altri non producono alcun effetto, altri ancora lo peggiorano. C’è una ragione per non stupirsene. Analizzando i dati di oltre trecentocinquantamila adolescenti, Amy Orben e Andrew Przybylski hanno mostrato che l’uso delle tecnologie digitali è associato al massimo allo 0,4 per cento delle differenze nel loro benessere. Il dibattito resta acceso, e Jonathan Haidt ha dato voce alla lettura opposta. Ma se la quantità di connessione spiega così poco del benessere, è improbabile che toglierne basti a ricostruirlo. La disconnessione, da sola, misura una sottrazione, non costruisce una riva.
Che cosa la costruisce, allora? Un breve saggio di Donald Winnicott, scritto quasi settant’anni fa, offre una risposta che sembra pensata per noi. La capacità di stare da soli, sosteneva, è uno dei segni più importanti della maturità emotiva. Ma ha un’origine paradossale: si forma nell’esperienza di essere soli in presenza di qualcuno. Il bambino impara a stare con se stesso mentre accanto a lui c’è un adulto che non gli chiede nulla, che non lo intrattiene e non lo abbandona. La solitudine che rende liberi non nasce dall’isolamento, ma da una presenza discreta. Winnicott parlava della prima infanzia, ma è lecito pensare che quella struttura non scada con l’età. In queste pagine, a proposito di una rete che non dorme mai, si è visto che cosa accade quando l’aiuto è sempre disponibile e l’attesa non viene mai attraversata. Winnicott suggerisce il rovescio: la distanza da ciò che viviamo non si conquista da soli, si impara accanto a qualcuno.
Nelle mangrovie, la riva non è un luogo, è una relazione. È la persona accanto alla quale si può smettere di rispondere senza sentirsi in difetto; il tempo condiviso in cui nessuno dei due guarda altrove; la conversazione che non deve produrre nulla, se non la possibilità di capire che cosa si stava vivendo. Per questo la riva non si può ordinare a un figlio come si ordina di spegnere il telefono. Si può soltanto offrire, ed è un’offerta che costa, chiede agli adulti di essere loro, per primi, quella presenza che non chiede nulla, di custodire momenti in cui l’acqua torna visibile anche per loro. Non è soltanto un’intuizione. In uno studio su 170 famiglie con figli in età prescolare, Brandon McDaniel e Jenny Radesky hanno osservato che le interruzioni tecnologiche dei genitori, ciò che chiamano technoference, si associano a più problemi di comportamento nei bambini, anche se la direzione dell’effetto resta da stabilire. Un adulto che dice «stacca un po’» con lo sguardo sul proprio schermo non indica una riva. Indica un’altra corrente.
Forse la domanda educativa del nostro tempo non è più quanto tempo i ragazzi trascorrano connessi, ma se abbiano accanto qualcuno con cui imparare a guardare l’acqua in cui crescono. Non abbiamo bisogno di uscire dalle mangrovie: non sapremmo dove andare, e non è affatto detto che fuori ci aspetti una vita più vera. Abbiamo bisogno di imparare a costruire rive dentro l’acqua, e di riconoscere che ogni riva, oggi, ha la forma di un incontro. Anche questa pagina, letta su uno schermo, è acqua. Non può offrire una riva a nessuno, può soltanto indicare dove si forma. Nelle mangrovie nessuno trova una riva, la si diventa, l’uno per l’altro.
Riferimenti essenziali
Arendt, H. (1978). The Life of the Mind. Harcourt Brace Jovanovich.
Floridi, L. (2020). Pensare l’infosfera. La filosofia come design concettuale. Raffaello Cortina.
Floridi, L. (a cura di) (2015). The Onlife Manifesto: Being Human in a Hyperconnected Era. Springer. https://doi.org/10.1007/978-3-319-04093-6
Haidt, J. (2024). The Anxious Generation: How the Great Rewiring of Childhood Is Causing an Epidemic of Mental Illness. Penguin Press.
McDaniel, B. T., & Radesky, J. S. (2018). Technoference: Parent distraction with technology and associations with child behavior problems. Child Development, 89(1), 100–109. https://doi.org/10.1111/cdev.12822
Orben, A., & Przybylski, A. K. (2019). The association between adolescent well-being and digital technology use. Nature Human Behaviour, 3, 173–182. https://doi.org/10.1038/s41562-018-0506-1
Radtke, T., Apel, T., Schenkel, K., Keller, J., & von Lindern, E. (2022). Digital detox: An effective solution in the smartphone era? A systematic literature review. Mobile Media & Communication, 10(2), 190–215. https://doi.org/10.1177/20501579211028647
Winnicott, D. W. (1958). The capacity to be alone. International Journal of Psycho-Analysis, 39, 416–420.



