«Non era questo che ti avevo chiesto. Riprova».
Durante una conversazione con un sistema di intelligenza artificiale generativa, una frase del genere appartiene al normale svolgimento del lavoro. Possiamo chiedere una nuova risposta, precisare un obiettivo, correggere un passaggio, cambiare tono. Il sistema è lì per assisterci. Ci aiuta a scrivere, comprendere, progettare. Quella stessa frase, pronunciata davanti a una persona, apre una situazione diversa. Chi abbiamo di fronte può domandare che cosa intendessimo, contestare la richiesta, spiegare perché abbia seguito un’altra strada. Può anche dirci che ciò che chiediamo non è ragionevole. La conversazione deve allora trovare una direzione che tenga conto di entrambi. Fra queste due esperienze passa un confine che rischiamo di attraversare senza accorgercene. Da una parte, un’interazione organizzata intorno all’assistenza dell’utente; dall’altra, una relazione nella quale ciascuno ha titolo per contribuire alla definizione di ciò che accade. La crescente familiarità con l’IA generativa rende questo confine una questione quotidiana. In che modo l’abitudine a ottenere risposte adattate alle nostre esigenze potrebbe modificare il modo in cui riconosciamo le esigenze degli altri?
Quando la soddisfazione dell’utente diventa il criterio della relazione umana, la reciprocità viene subordinata alla prestazione. L’altro conserva valore finché corrisponde alle nostre aspettative; la sua autonomia comincia ad apparire come un difetto. La lingua italiana custodisce qui un’ambiguità rivelatrice. Disponibile è lo strumento pronto all’uso. Disponibile è anche la persona aperta all’incontro. La prima disponibilità si misura in prontezza; la seconda comporta il rischio di essere cambiati. Luciano Floridi ha descritto i sistemi generativi come una forma di agire senza intelligenza: la capacità di agire con successo, separata dalla necessità di essere intelligenti. Sul piano relazionale si può osservare una seconda separazione. È un agire che ci risponde senza portare esigenze proprie. Da qui nasce la prima disponibilità. Il rischio è che diventi la misura della seconda. Una persona viene allora giudicata disponibile nella misura in cui risponde rapidamente, comprende senza difficoltà, accoglie le nostre priorità e introduce poche esigenze proprie. Il centro della relazione si sposta: ciò che accade fra due persone viene valutato soprattutto attraverso ciò che una delle due riceve.
L’intelligenza artificiale generativa entra in una cultura che già premia velocità, personalizzazione e soddisfazione individuale. Da tempo i servizi digitali ci abituano a scegliere, filtrare, interrompere e sostituire. Sherry Turkle, in Reclaiming Conversation, ha documentato la preferenza per scambi che possiamo comporre, correggere e controllare, a scapito della conversazione dal vivo, imprevedibile perché l’altro vi partecipa davvero. Nella sua analisi è proprio in quella imprevedibilità che si esercita l’empatia. Il dialogo generativo aggiunge a questa esperienza una forma linguistica familiare. L’assistenza prende la forma di una conversazione. Una conversazione, però, controllabile quanto un messaggio che riscriviamo prima di inviarlo, e costruita intorno a ciò che abbiamo portato nello scambio. Questa centralità è funzionale al servizio. Diventa problematica quando viene assunta come modello dell’incontro umano. Ciò che possiamo legittimamente chiedere a uno strumento comincia a trasformarsi in ciò che pretendiamo da una persona.
La ricerca comincia a documentare come un’interazione con un sistema artificiale possa lasciare conseguenze nei rapporti successivi fra persone. Nel 2025, Ashley Harrell e Margaret Traeger hanno pubblicato su iScience due esperimenti preregistrati, con 4.171 partecipanti e oltre ottantatremila decisioni di cooperazione. Ai partecipanti veniva detto che il primo partner di un dilemma del prigioniero ripetuto era un bot oppure una persona. In realtà, in entrambi i casi, le sue mosse erano programmate. Contava dunque ciò che si credeva di avere di fronte. Credere di interagire con un bot riduceva la cooperazione anche verso un nuovo interlocutore umano incontrato successivamente. Nel secondo esperimento gli autori hanno misurato anche la preoccupazione empatica e l’assunzione di prospettiva. Entrambe risultavano più basse verso il partner ritenuto artificiale, e questa riduzione spiegava in parte il calo di cooperazione verso la persona incontrata dopo. Lo sforzo di vedere la situazione dal punto di vista dell’altro, allentato davanti alla macchina, lasciava una traccia nell’incontro successivo.
Anche il comportamento del partner contava. I bot cooperativi, sia quelli che cooperavano sempre sia quelli che ricambiavano secondo la strategia tit-for-tat, favorivano la cooperazione verso i partner umani successivi; quelli che non cooperavano mai la riducevano. I due effetti agivano in modo relativamente indipendente. A proseguire oltre l’interazione non era soltanto la natura attribuita all’interlocutore. Era anche la forma di reciprocità che l’interazione aveva esercitato. Il contesto era un gioco sperimentale con un bot molto semplice, e gli stessi autori avvertono che sistemi capaci di comunicare verbalmente potrebbero produrre effetti diversi. Questi risultati non dimostrano che la disponibilità dei chatbot renda le persone meno disponibili. Indicano che le interazioni con sistemi artificiali possono avere conseguenze oltre il proprio svolgimento, e che quelle conseguenze dipendono anche da come i sistemi sono progettati.
Se le aspettative esercitate nel dialogo generativo si trasferiscano alle relazioni umane resta una questione da investigare. In Human Nature and Conduct, John Dewey descrive le abitudini come disposizioni attraverso le quali percepiamo e affrontiamo le situazioni. L’esperienza contribuisce a formarle, rendendo alcune risposte più immediate e alcune aspettative più naturali. Se esercitiamo spesso un’interazione nella quale chiediamo assistenza senza doverci fare carico delle necessità dell’interlocutore, quell’asimmetria può diventare familiare. Il suo eventuale trasferimento alle relazioni umane diventa allora una questione educativa.
Si può obiettare che gli esseri umani hanno sempre distinto uno strumento da una persona. Nessuno ha mai preteso da un collega la docilità di una calcolatrice. L’obiezione ha anche un riscontro empirico. Nel 2019 Nathan Burton e James Gaskin hanno interrogato e osservato 264 studenti universitari, senza trovare alcuna relazione fra la cortesia mostrata verso Siri o Alexa e quella rivolta ad altri adulti. Gli autori legavano il risultato a una condizione precisa: gli assistenti di allora non erano personificati abbastanza da incidere sui rapporti fra persone. Con assistenti più simili agli esseri umani, scrivevano, studi del genere andrebbero ripetuti. È la soglia che l’IA generativa sta superando. La calcolatrice non parla. L’assistente vocale eseguiva comandi. Il sistema generativo conversa nella stessa lingua con cui ci rivolgiamo a un amico. Nella prospettiva di Dewey, un’abitudine non si forma sui concetti che sappiamo distinguere. Si forma sui gesti che ripetiamo. E il gesto, oggi, è quasi lo stesso.
Un piccolo studio permette di osservare questo passaggio da vicino. Nel 2021 Alexis Hiniker e colleghi hanno insegnato a ventidue bambini fra i cinque e i dieci anni una parola convenzionale, «bungo», da pronunciare per far parlare più velocemente un agente conversazionale. Il 68% dei bambini che hanno completato la prova l’ha poi usata con il proprio genitore. Con il ricercatore, soltanto il 18%. Gli autori ne traggono una conclusione rassicurante: i bambini distinguono i contesti con finezza, e con i genitori la parola diventa gioco e complicità. La lettura è persuasiva e scoraggia ogni allarmismo. Il dato mostra però anche dove un’abitudine nata con una macchina trova spazio più facilmente: nelle relazioni più vicine, quelle in cui ci sentiamo autorizzati a sospendere le convenzioni. Sono le stesse nelle quali una pretesa di adattamento pesa di più.
La relazione umana richiede infatti un lavoro diverso. Ogni richiesta incontra una vita. Chi ci ascolta ha una storia, un’attenzione limitata, impegni dei quali possiamo non sapere nulla. La sua partecipazione introduce qualcosa che non controlliamo e che, proprio per questo, può farci comprendere meglio la situazione. Un collega che contesta una proposta può riconoscere un problema che avevamo trascurato. Un amico che non approva il nostro comportamento può aiutarci a vedere una responsabilità. Un figlio che chiede tempo può costringerci a riconsiderare il ritmo con cui pretendiamo una risposta. In ciascuno di questi casi, l’altro esercita la propria autonomia dentro il legame. Essere disponibili significa anche accettare che l’incontro possa cambiare la domanda dalla quale siamo partiti.
Nella prospettiva di Martin Buber, il rapporto Io-Tu riconosce una presenza che eccede la funzione che potrebbe svolgere per noi. Nel rapporto Io-Esso, invece, l’altro diventa oggetto di esperienza e di uso, e la sua presenza tende a essere valutata attraverso l’utilità che offre. Applicata alla vita quotidiana, questa distinzione mette a fuoco un rischio concreto: continuare a rivolgerci alle persone con parole cortesi, mentre riduciamo lo spazio riconosciuto alle loro ragioni. Si può chiedere gentilmente e pretendere un adattamento continuo. Si può dichiarare affetto e tollerare soltanto le risposte che lo confermano. La reciprocità riguarda la struttura del rapporto, oltre al tono della conversazione.
La psicologia delle relazioni offre una cornice più diretta. Nel 2025, su Perspectives on Psychological Science, Molly Smith, Thomas Bradbury e Benjamin Karney hanno confrontato le interazioni con i chatbot con oltre cinquant’anni di ricerca sulle relazioni strette. Alcuni tratti coincidono: influenza reciproca, conversazioni frequenti, risposte vissute come sostegno. Uno manca. Poiché i chatbot rivolgono all’utente soltanto richieste superficiali, non possono offrire ciò che nasce dal negoziare con un partner o dal compiere sacrifici per lui, e possono perfino rafforzare comportamenti indesiderati. È, nel linguaggio della psicologia delle relazioni, la seconda disponibilità. A questa cornice si aggiunge un dato sperimentale che Relazioni Aumentate ha già discusso. Nel lavoro di Myra Cheng e colleghi, pubblicato su Science nel marzo 2026, una sola interazione con risposte compiacenti riduceva la disponibilità dichiarata ad assumersi la responsabilità di un conflitto e a ripararlo. La forma dell’interazione, osservata da Harrell e Traeger, e il contenuto della risposta, osservato da Cheng, convergono su un punto: ciò che sperimentiamo con un sistema artificiale non resta confinato allo schermo.
L’assistenza, del resto, può favorire anche il movimento opposto. Può suggerire una lettura alternativa di un conflitto, aiutare a formulare una richiesta meno aggressiva, preparare un confronto. Il criterio con cui valutarla comprende dunque lo spazio che restituisce alle ragioni delle persone assenti dalla conversazione. La centralità dell’utente non esaurisce la responsabilità verso tutti coloro sui quali ricadono le sue decisioni.
Una conversazione apparentemente privata può dunque avere conseguenze per un collega, un familiare, uno studente. Per chi progetta sistemi conversazionali, questo significa considerare come vengano gestiti l’incertezza, il dissenso e i racconti di conflitto. Per chi li utilizza, significa riconoscere che una risposta soddisfacente può lasciare fuori qualcosa di decisivo. Per le istituzioni educative, significa custodire esperienze nelle quali il confronto richieda un adattamento reciproco: una classe che discute interpretazioni differenti, una riunione nella quale si può contestare una proposta senza svalutare chi la presenta. Lì si esercita una competenza civile, quella di riconoscere agli altri la possibilità di contribuire alla situazione comune.
La riflessione di Axel Honneth sul riconoscimento aiuta a cogliere ciò che è in gioco. Una persona costruisce il rapporto con sé anche attraverso la considerazione che riceve. Quando il suo valore nel legame dipende soprattutto dalla capacità di corrispondere alle aspettative altrui, lo spazio per esprimere bisogni e ragioni proprie si restringe. La disponibilità rischia di diventare il prezzo da pagare per continuare a essere riconosciuta. Il rischio pesa di più nei rapporti asimmetrici. A un adulto, a un responsabile, a un professionista spetta allora una responsabilità ulteriore: distinguere un obbligo non adempiuto da una differenza che merita ascolto. Difendere l’autonomia di uno studente non significa giustificare un compito non svolto. Significa disporre di criteri più attenti per comprendere ciò che gli stiamo chiedendo.
Forse il cambiamento più silenzioso si manifesta nel modo in cui interpretiamo una pausa. Se l’immediatezza diventa la misura dell’attenzione, il tempo di una persona può sembrarci una sottrazione. In quella pausa, invece, qualcuno potrebbe cercare le parole, riconsiderare un giudizio, provare a rispondere senza ferirci. L’IA generativa può restituirci tempo e capacità. Il valore di questa possibilità cresce quando quel tempo diventa ascolto, confronto, presenza. Si riduce quando l’efficienza ottenuta alimenta la pretesa che anche gli altri siano sempre pronti, adattabili e privi di esigenze proprie.
Gli altri non sono un prompt. Hanno titolo per rispondere alla domanda e anche per cambiarla. A una persona si può dire «riprova» soltanto dopo averle chiesto che cosa intendesse. Una relazione resta umana quando la disponibilità che chiediamo all’altro comprende la nostra disponibilità a lasciarci modificare dal suo incontro. È questa seconda disponibilità che Relazioni Aumentate prova a custodire. Nessun sistema può esercitarla al nostro posto.
Riferimenti essenziali
Burton, N. G., & Gaskin, J. (2019). “Thank you, Siri”: Politeness and intelligent digital assistants. In AMCIS 2019 Proceedings. Association for Information Systems.
Buber, M. (1923). Ich und Du [Io e Tu].
Cheng, M., Lee, C., Khadpe, P., Yu, S., Han, D., & Jurafsky, D. (2026). Sycophantic AI decreases prosocial intentions and promotes dependence. Science, 391(6792), eaec8352.
Dewey, J. (1922). Human Nature and Conduct: An Introduction to Social Psychology. Henry Holt and Company.
Floridi, L. (2023). AI as agency without intelligence: On ChatGPT, large language models, and other generative models. Philosophy & Technology, 36, 15.
Harrell, A., & Traeger, M. L. (2025). Evidence of spillovers from (non)cooperative human-bot to human-human interactions. iScience, 28, 113006. https://doi.org/10.1016/j.isci.2025.113006
Hiniker, A., Wang, A., Tran, J., Zhang, M. R., Radesky, J., Sobel, K., & Hong, S. R. (2021). Can conversational agents change the way children talk to people? In Proceedings of IDC ’21: Interaction Design and Children. ACM. https://doi.org/10.1145/3459990.3460695
Honneth, A. (1992). Kampf um Anerkennung [Lotta per il riconoscimento]. Suhrkamp.
Smith, M. G., Bradbury, T. N., & Karney, B. R. (2025). Can generative AI chatbots emulate human connection? A relationship science perspective. Perspectives on Psychological Science, 20(6). https://doi.org/10.1177/17456916251351306
Turkle, S. (2015). Reclaiming Conversation: The Power of Talk in a Digital Age. Penguin Press.



